“L’eco-anarchismo deve partire dall’idea che l’umanità nel suo
complesso è assai peculiare. Essa occupa infatti una posizione
praticamente unica nell’evoluzione, anche se ciò non giustifica
affatto l’idea che debba (o possa) “dominare” la natura.”
Murray Bookchin
L’opinione pubblica di questi tempi è sempre piu’ preoccupata sulle misure che il Jobs Act ha apportato al mondo del lavoro, e che in questa maniera ha reso maggiormente precario ed appetibile per gli investimenti esteri, garanzia di diminuzione di diritti ed aumento iperbolico di sfruttamento. Ma è proprio in questa atmosfera così rarefatta e critica che altre risoluzioni, le quali toccano solo relativamente il mondo del lavoro, passano inosservate, senza che le vengano date giusta importanza e possibilità concreta di analisi. Tra questi vi è il Decreto “Sblocca Italia”. La problematica di tale risoluzione, che in questo scritto cominceremo ad analizzare, è prevalentemente quella ambientale, riguardante quindi le conseguenze che tale decisione istituzionale apporterà sull’argomento trivellazioni e fonti energetiche; importante però è porre sotto l’occhio vigile del lettore che le cause non vanno ricercate solo nella fattualità attuale, bensì anche in scelte di governo passate, che hanno aperto la strada a questo tipo di conseguenze strutturali e politiche.
Strategia Energetica Nazionale (SEN)
Come qualsiasi provvedimento che si rispetti, anche lo Sblocca Italia “ambientale” non è sorto dal nulla, quasi fosse un fungo di stagione, bensì è la conclusione di un lungo iter istituzionale che ha avuto inizio nel Marzo 2013 con il Governo Monti. Proprio sotto la legislatura del signor economista venne approvata la Strategia Energetica Nazionale1 (SEN), per la quale “il settore energetico ha un ruolo fondamentale nella crescita dell’economia del Paese, sia come fattore abilitante (avere energia a costi competitivi, con limitato impatto ambientale e con elevata qualità del servizio è una condizione essenziale per lo sviluppo delle imprese e per le famiglie), sia come fattore di crescita in sé (pensiamo ad esempio al potenziale della Green economy). Assicurare un’energia più competitiva e sostenibile è dunque una delle sfide più rilevanti per il futuro del nostro Paese.
Ecco perché il Governo ha ritenuto indispensabile lavorare alla definizione di una Strategia Energetica Nazionale che esplicitasse in maniera chiara gli obiettivi principali da perseguire nei prossimi anni, tracciasse le scelte di fondo e definisse le priorità d’azione, sapendo di agire in un contesto di libero mercato e con logiche complesse e in continuo sviluppo, che richiederanno quindi un processo regolare di monitoraggio e di aggiornamento di scenari e obiettivi.”
Peccato che, però, al di là delle belle parole, il risultato oggettivo di tali provvedimenti non sia stato un utilizzo consapevole e rispettoso delle risorse energetiche, bensì possiamo dire un “grattare il fondo del barile” alla ricerca di investimenti di grandi compagnie petrolifere, e non, alle quali svendere il territorio e compromettere in maniera irreversibile l’intero ecosistema mediterraneo.
Nella particolarità delle trivellazioni il risultato della SEN è stata la promozione di un piano che portasse all’estrazione di tutto quanto il petrolio e gas presente nel sottosuolo italiano (marino e non); si legge infatti negli obiettivi di tale risoluzione: “Tra le fonti di energia, il gas e le rinnovabili sono sempre più in espansione, a scapito soprattutto del petrolio, che perderà quote di mercato, mentre carbone e nucleare manterranno sostanzialmente la loro quota di mercato attuale:
– Il petrolio sta progressivamente perdendo importanza relativa (dal ~45% dell’energia primaria degli anni 70 a poco più del 30% attuale e al ~27% nel 2035), ma il suo consumo in termini assoluti è comunque atteso in crescita e, soprattutto, l’evoluzione prevista appare alquanto preoccupante: i nuovi giacimenti sono sempre più costosi da sfruttare, mentre è previsto un aumento del peso della produzione dei Paesi OPEC e delle compagnie nazionali dei paesi produttori (National Oil Companies) ed una evoluzione del bilancio domanda-offerta verso scenari di prezzo “difficili”. Alcuni sviluppi tecnologici potrebbero migliorare questo scenario – ad esempio, lo sviluppo di fonti non convenzionali (tight oil/shale oil, oil sands), o la riduzione della domanda di petrolio nei trasporti (biocarburanti, veicoli elettrici) – ma è improbabile che tali tecnologie abbiano un impatto stravolgente entro i prossimi 20 anni.
– Il carbone è previsto in forte calo nei Paesi OCSE (dal ~20% al ~15% della domanda), compensato dalla crescita soprattutto in Cina e India in particolare nei prossimi 10 anni. Grazie alle ampie riserve disponibili, il bilancio domanda-offerta risulterà più equilibrato di quello del petrolio.”
Si comprende dunque che la necessità primaria sarà quella sì, come dicono loro, di finanziare la cosiddetta Green Economy tramite l’implementazione di infrastrutture che permettano la produzione di strumentazioni ad energia pulita e rinnovabile, ma siccome ciò non sarà attuabile subito (sic!) bisognerà continuare e anzi incrementare lo sfruttamento delle riserve petrolifere che in questo senso sono determinanti per rendere il paese competente nell’economia globale. Il lato piu’ divertente di tutto questo, però, non sta nel fatto che si ponga la necessità di continuare a trivellare per incrementare lo sviluppo delle tecnologie rinnovabili a livello ecologico, bensì che, pur se stessero così le cose, come i dati mostrano, l’incremento della quota sulle energie rinnovabili nel 2010 era al 26%, mentre oggi ha raggiunto il 40%. La SEN invece aveva previsto a suo tempo un incremento del 36-38% nel 2020. In tal modo, pur avendo dimostrato l’inutilità di una politica finalizzata all’uso di combustibili fossili, avendo l’Italia superato il traguardo del 2020 con 6 anni di anticipo, si continua a rafforzare questa risoluzione disastrosa che dà solo da mangiare alle compagnie petrolifere.
La quantità prevista di combustibile fossile che verrano estrapolate tramite tali operazioni sarà pari a 126 Mtep (milioni di tonnellate di equivalenti di petrolio) come riserve definite “certe”, e altri 700 Mtep come riserve “probabili”. Come si legge infatti nella stessa Strategia:
“L’Italia è altamente dipendente dall’importazione di combustibili fossili; allo stesso tempo, dispone di ingenti riserve di gas e petrolio. In questo contesto, è doveroso fare leva (anche) su queste risorse, dati i benefici in termini occupazionali e di crescita economica, in un settore in cui l’Italia vanta notevoli competenze riconosciute”.
Il problema, però, sorge nel momento in cui si osserva che il consumo annuale di energia fossile nel nostro paese corrisponde nient’altro che a 1352 Mtep (9 punti in piu’ di quelli che si riuscirebbe ad ottenere tramite questo ultimo e devastante programma di prosciugamento energetico). Allora ci si chiede come sia possibile accettare ulteriori devastazioni e possibili disastri come quello della piattaforma Deep Water Horizon che trivellava nel Golfo del Messico a oltre 1500 metri di profondità; tonnellate su tonnellate di petrolio vennero rigettate nel mare e distrussero chilometri su chilometri di ecosistema marino. La logica però del profitto capitalistico non si è esaurita qui ed è proseguita, concretizzandosi, anche negli ultimi tempi.

Sblocca Italia
L’articolo 38 del Decreto Legge 122/2014 consisterebbe nella parte del programma di tale risoluzione riguardante l’argomento trivellazioni. Con tale legge si instituiscono importanti regolamentazioni che non sono nient’altro che un progresso in termini qualitativi della SEN. Da quanto si legge nel decreto:
“– Infrastrutture Energetiche Strategiche.
Si interviene con una serie di misure che riconoscono la natura strategica delle infrastrutture di importazione, trasformazione e stoccaggio del gas. Tali opere, consentono al Governo di procedere nel rispetto del riparto di competenze tra Stato e Regioni previsto dalla Costituzione e alla luce degli obiettivi posti dalla Strategia Energetica Nazionale (ndr autorizzazione in capo ai ministeri e non piu’ alle regioni)
– Semplificazione Idrocarburi.
Oltre alle norme sulla realizzazione di infrastrutture necessarie per aumentare e differenziare i canali di approvigionamento dall’estero, si è proceduto anche rispetto alla valorizzazione dei non trascurabili giacimenti di idrocarburi presenti sul territorio nazionale, sbloccando cospicui investimenti (ipotizzabili in 15 miliardi di euro). Si è quindi proceduto a riconoscere il carattere strategico delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale, delineando quindi procedure chiare ma commisurate alla natura di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità (ndr autorizzazioni in capo ai ministeri e non piu’ alle Regioni). In particolare, si è prevista l’introduzione di un titolo concessorio unico, comprensivo delle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, rilasciato (ndr: dai ministeri Ambiente e Beni Culturali ed Ambientali) a seguito di una approfondita valutazione del richiedente, nel rispetto del principio di leale collaborazione con i diversi livelli territoriali, nonchè del principio costituzionale di tutela dell’ambiente.”
Oltre che esserci una chiara componente della legge stessa atta a far progredire ciò che era già stato esplicitato con la SEN, vi è anche un mutamento strutturale per quanto riguarda l’amministrazione dei famosi permessi che dovrebbero regolare le perforazioni. Tali concessioni, se prima venivano effettuate dalla Regione, ora sono ad opera del Ministero dell’Ambiente e dal Ministero dei Beni culturali ed ambientali; in questo modo si può affermare con tranquillità che la decisione, per quanto sia comunque stata sempre mossa da interessi meramente economici anche dalle amministrazioni regionali, verrà effettuata dallo stesso governo Renzi; in questo modo si fa un altro passo verso l’aumento dell’appettibilità del paese nei confronti degli investimenti esteri, pur significando ciò la distruzione di un intero ecosistema.
Si sviluppa, quindi, con lo Sblocca Italia una politica di aumento repentino delle concessioni di trivellazione e coltivazione nelle aree che coinvolgono sia zone marittime come il canale di Sicilia, sia piattaforme terrene come i giacimenti sotterranei della Basilicata stessa. Ciò porterà ad un implemento della presenza di petroliere nei nostri territori nonché ad un notevole incremento della necessità strutturale di ingigantire il circolo economico attuale; si può quasi dire che questo risultato sia null’altro che lo specchio del modo di produzione capitalistico. Una ricerca sempre piu’ smisurata del profitto porta ad un aumento delle richieste economiche e quindi al bisogno concreto di espansione dei mercati.
Mercati che, però, devono innanzitutto essere posti come base dell’economia e che richiedono il contributo di capitali internazionali; “capitali internazionali”, in questo ambito, combacia con “compagnie petrolifere” che finanzino il tutto e prendano parte concreta al processo economico. Come leggiamo dal dossier di GreenPeace citato precedentemente:
“L’Italia è un vero paradiso fiscale per i magnati del petrolio: le imposte dirette sulla produzione (aliquote, o royalties) sono solo del 4% per gli idrocarburi estratti in mare, con un’esenzione per le prime 50.000 tonnellate di petrolio prodotte annualmente. Il gettito fiscale è suddiviso tra Stato e Regione nella misura del 45% allo Stato e del 55% alla Regione (Art.22, D.lgs 625/1996). Guardando alla produzione della piattaforma Gela dell’anno scorso, per esempio, la compagnia non dovrebbe aver pagato un soldo per il petrolio estratto, avendo prodotto meno di 50.000 tonnellate. Il nuovo Decreto Legge “Misure Urgenti per la crescita del paese” porterebbe le aliquote al 7%, un valore comunque basso considerato che le royalties variano mediamente dal 10 all’80%. Per esempio l’Australia dal 2008 ha sostituito la royalty per la produzione off-shore con un prelievo sui redditi attraverso un’aliquota del 40%; per il Canada le royalties variano dal 10 al 45% in funzione di qualità e prezzi, negli Stati Uniti variano dal 12,5 al 30%. Se guardiamo alle compagnie che già estraggono petrolio nel Canale di Sicilia, il Ministero dello Sviluppo Economico riporta che i contributi versati nel 2011 sono stati in totale 2.674.280,38 Euro di cui 1.470.854,21 Euro destinati alle casse regionali. Tutto questo però riguarda sia la produzione a terra che quella in mare, sia di gas che di petrolio.
[…] Oltre alle aliquote, le compagnie sono tenute a pagare dei canoni annui per l’utilizzo del sottosuolo, il cui valore è ancora più irrisorio e finisce interamente nelle casse dello Stato. I canoni per le concessioni di coltivazione (estrazione), fissati dal decreto ancora in lire, sono di 80.000 Lire per km2 per le concessioni in regime ordinario e di 120.000 Lire per le concessioni in regime di proroga. Convertendo queste somme in euro e applicando tali valori alla superficie ricoperta dalle concessioni di coltivazione vigenti nel Canale di Sicilia, si può stimare che in totale le compagnie abbiano pagato di canone nel 2011 solo 48.826 euro per una superficie di 660 km2.”
Quali tecniche vengono utilizzate dal governo per far accettare alle istituzioni territoriali tale penetrazione economica? As usual, con i contentini alle amministrazioni. Uno di questi spauracchi è stato, per esempio, quello dell’aumento dell’IRAP pagata dalle compagnie petrolifere dal 7 al 10% per tre anni, volendo far credere in tal modo che anche la regione guadagnerà da tale risoluzione. Peccato che, se da un lato il 3% non porterà ad alcun reale mutamento dello status quo, dall’altro il danno ambientale sarà incalcolabile. Ci si chiede ancora una volta, quindi, se valga davvero la pena di immolare un intero sistema ambientale per una misera percentuale, che tra l’altro non reca seco nessun cambiamento reale, bensì fugge da contentino, da mazzetta, per quelle amministrazioni regionali corrotte fino al midollo e governate da interessi economici “di larghe vedute”.
Problematiche reali
Le problematiche reali che, a questo punto, si mettono in gioco non sono piu’ di ordine strettamente economico, bensì hanno una incidenza primariamente ambientale. La necessità di impedire le azioni di trivellazione ed utilizzo del petrolio quale combustibile, oggi piu’ che mai, partono non tanto da una sterile protesta radical-chic, bensì da dati reali e da centinaia di studi condotti su quest’ambito. Moltissimi scienziati e studiosi si sono espressi in maniera negativa nei confronti della perforazione e dell’estrazione del petrolio al fine di utilizzarlo come combustibile fossile; ciò perché ,appunto, esso presenta enormi rischi e gravi inconvenienti di ordine ambientale. Vediamone alcuni:
– Inquinamento. Questo è sicuramente l’ambito piu’ tristemente noto del disastro petrolifero; non è raro ripensare a disastri quali petrolifere che rovesciano in mare una enorme mole di marea nera, che portano con sé danni irreparabili. A soffrirne non è solo la fauna, che per un certo senso non ne è colpita direttamente, bensì la flora e il fondale stesso. Il petrolio è un materiale che se distribuito in mare altera in maniera irreversibile l’ecosistema, portando alla morte di moltissime specie vegetali e compromettendo quasi totalmente le colonie di alghe ed altre piante marine presenti, annientando la conformazione naturale del fondo oceanico e facendo diventare il mare un ente morto. Basti pensare all’allarmante inquinamento da idrocarburi già presente da tempo nel Mediterraneo, il quale ospita il 25% del traffico petrolifero mondiale. Chi poi ne subisce le problematiche, oltre che la bellezza estetica stessa dei mari e la loro conformazione, sono sia gli animali, che appunto si nutrono di tale sostanza chimica traendola dai vegetali e dai plancton, e in ultima istanza proprio noi. Se la pesca è stata uno strumento di sopravvivenza fin dall’antichità per l’essere umano, essa, nelle zone dove ancora permane come tale, rimane una attività indispensabile; il petrolio e i possibili disastri (non così improbabili come si pensa) mettono a rischio quest’ultima in maniera profondamente preoccupante. Pensare poi che sulla tavola di chi magari vive di quello, si potrebbe trovare un pesce che ha ingerito idrocarburi per tempo indeterminato e che infine finirà sullo stomaco del consumatore, rende sicuramente idea di quanto devastanti e meccanicistici possano essere gli effetti di tale scelta energetica.
L’inquinamento diventa quindi una possibilità che non va posta nemmeno in considerazione, proprio per via delle sua infinita catena di conseguenze disastrose che vanno dalla distruzione degli ecosistemi al minacciare la stessa vita delle persone comuni.
– Induzione di terremoti. Da quanto si è studiato recentemente, una buona parte dei terremoti verificatisi negli ultimi anni conterrebbe tra le tante cause anche quella della trivellazione; infatti tramite la tecnica del fracking, che consiste nel pompare acqua e additivi chimici ad alta pressione nel sottosuolo, in modo da frantumare le rocce scistose liberando così il petrolio ed il gas imprigionato in esse, si è generata un generale dissesto geologico che ha portato il terreno a “collassare”, scatenando in tal modo terremoti. Uno di questi è quello di Oklahoma del 2011, dove un sisma di magnitudo 5.7 danneggiò 14 abitazioni e si percepì fino in Texas. Gli studiosi atti a comprendere le dinamiche dell’evento hanno affermato che fosse senza ombra di dubbio colpa del fenomeno fracking e del continuo ed eccessivo sfruttamento del suolo, il quale destabilizzandosi aveva provocato la scossa di enorme portata. Da quando è stata introdotta negli USA tale tecnica di raccoglimento del petrolio, vi è stato un drastico aumento dell’attività sismica nei territori dove sono situate le piattaforme petrolifere, a conferma del fatto che gli idrocarburi e la loro raccolta non danneggiano e mettono a rischio solo il mare, ma a tutto quanto il pianeta, e con esse le zone abitate, esponendo la gente comune ad un pericolo veramente assurdo.
– Sistema finito. Un’altra grave problematica che sorge dall’utilizzo di questo tipo di carburanti fossili è dovuto al fatto che, col ritmo attuale di produzione e di sfruttamento delle risorse, queste termineranno nel giro di pochi anni, portando la società tecnologica ad una drastica scelta: o mutare i combustibili utilizzati e ridurre i consumi, oppure prepararsi ad un disastro ambientale e civile senza precedenti. Se continueremo ad utilizzare i combustibili fossili a questa velocità, che di anno in anno aumenta in maniera esponenziale, entro il 2035 avremo esaurito tutte quante le riserve a nostra disposizione. L’attuale sistema capitalistico, il quale prevede un espansione illimitata, non può sopravvivere e permanere in un sistema che purtroppo si pone come finito e che così possiede risorse limitate e compiute. In tal modo si genera una problematica molto chiara che richiede una azione diretta di mutamento del moto produttivo e di utilizzo di fonti di energia rinnovabili e sostenibili, al fine di far cambiare rotta a questa nave impazzita, per dirla con le parole di Kaczynski, che sta andando a schiantarsi contro un iceberg e non fa nulla per evitarlo.
Il capitalismo “verde”
In tutta questa “necessità ecologica” bisogna portare la lotta per l’ambiente ad un altro livello; è necessario insomma eliminare la convinzione che la lotta politica e la lotta per la salvaguardia degli ecosistemi siano due cose separate. Oggi piu’ che mai si osserva, invece, la vicinanza di queste due proposizioni e il loro legame ontologico. Se si analizza in questo senso la problematica, si osserva come essa non sia solo il prodotto di una “mala-amministrazione” degli strumenti e dei meccanismi economici, bensì presenti un richiamo ad una origine piu’ profonda ed articolata. Si può dire senz’altro che tutte quante le operazioni di distruttività ambientale siano un prodotto del sistema produttivo attualmente vigente, ossia quello capitalistico. Prescindere da ciò, negare ciò, significa non avere chiaro la realtà dei fatti e non conoscere la Storia. Oramai è stato, credo, ampiamente dimostrato che la strutturazione economica nella società umana sia quella dominante e che se questa, come l’attuale, presenta caratteri distruttivi, non potrà che estendere questa sua tendenza ad ogni sottoprodotto, ad ogni sovrastruttura che genera. Il capitalismo si propone dunque come un sistema mercantilistico assolutamente insostenibile sia per l’uomo che per il pianeta; oggi piu’ che mai, con un audace sviluppo delle tecnologie, si osserva l’impatto che la nostra specie, avvalendosi di questo moto di produzione, sta avendo sulla realtà terrena e marittima. Se da una parte nei secoli passati non si poteva comprendere la vera incidenza dell’essere umano come ente che popola il sistema terra, sia per l’arretratezza degli strumenti di misura, sia per uno sviluppo industriale estremamente ridotto rispetto ai tempi moderni, è anche vero che con l’attuale progresso tecnico diventa necessario fare i conti con le problematiche che stanno affliggendo il pianeta. Problematiche create da noi stessi, create dal nostro sistema economico. Non a caso Murray Bookchin affermava che il limite del capitalismo oggi non è piu’ di tipo antropologico, bensì è diventato di stampo ambientale. E’ chiaro dunque che non si può pensare di “riformare” un sistema che per sua natura tende al profitto e che presenta tratti distruttivi; una strutturazione economica, quella del capitalismo, che sacrifica ogni ecosistema pur di soddisfare il suo viscerale bisogno di espansione e reinvestimento del guadagno accumulato. Per questo motivo io credo che il riporre le speranze di una salvaguardia dell’ambiente in un mutamento di strumentazioni, come lo è il pretendere l’utilizzo delle energie rinnovabili, da solo non basta. In questo senso, se non vi è una profonda ed appassionata decostruzione del capitalismo in quanto ente irriformabile, non si potrà realizzare quel genuino desiderio sopracitato. Mi pare evidente che sperare nella cosiddetta “Green Economy” non porti altro che ad un riporre le proprie brame in un fallace simulacro; la base è chiara: il capitalismo è distruttivo e se riuscisse a cambiare questa sua tendenza salvaguardando la natura non si chiamerebbe piu’ così, non sarebbe piu’ capitalismo. Superare questo dualismo oggi come oggi è impossibile; siamo arrivati ad un punto morto nel senso che non possiamo evitare di schierarci; schierarsi vuol dire fare una scelta manifesta tra due tendenze, una annichilente, e l’altra responsabilizzante.
Ciò che genera lo stagnamento dell’ecologismo come movimento rivoluzionario è proprio l’assenza di questa ottica di mutamento radicale che invece possiede; gli esponenti massimi di tali aspirazioni reazionarie sono associazioni “istituzionali” come Legambiente o GreenPeace, le quali per interessi economici loro, traggono profitto dallo sviluppo della Green Economy e dalle fonti di energia rinnovabili. Non che sia sbagliato lottare per tale svolta ecologica (i dati di queste associazioni sono preziosissimi proprio perché reali, avendo necessità loro di informare gli investitori sulla fattualità economica e di fare propaganda); il problema però in questo caso non è di ordine solamente ambientale, bensì, come detto piu’ volte, anche e soprattutto economico. Finchè permarrà il capitalismo, finché permarrà in tal modo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, a pagarne le spese non sarà solo la fazione umana, ma tutto quanto l’ecosistema che ci ospita e di cui siamo parte. Produrre un cambiamento in questa ottica oggi è possibile, giacché la lotta ecologica si sposa perfettamente con la lotta di classe intesa come emancipazione dal lavoro salariato e da qualsiasi società autoritaria. L’ottica del cambiamento, però, non può prodursi solo tramite lo sterile denunciare le condizioni alienanti in cui versa il nostro ambiente, bensì deve passare attraverso una progettualità seria, una progettualità rivoluzionaria, anarchica, collettivista. Colpire il capitalismo attraverso l’affermazione della dignità di questo pianeta e di quella dei suoi abitanti significa riconfermare, in ultima analisi, la lotta dell’essere umano contro ogni forma di dominio e di privazione della sua libertà.
Prospettive rivoluzionarie
L’ottica quindi con cui il movimento ecologista deve porsi è, a mio parere, quella anarchica. Tale scelta verte non tanto sulle premesse filosofiche o strutturali, bensì sul fatto che il modo con cui il movimento anarchico ha condotto le sue lotte, specialmente negli ultimi anni, si è inserito, casualmente, sulla stessa lunghezza d’onda dell’ecologismo radicale. Gli strumenti del territorialismo, inteso come necessità di difendere le peculiarità territoriali ed ambientali, e della costanza, hanno permesso a molte lotte, come quella NoTav, di uscire dall’isolazionismo della loro zona e di porsi come baluardo, come simbolo, di chi combatte per la difesa dell’ecosistema contro la stratificazione autoritario-imperialistico e che contrappone la via anarco-ecologista a quella distruttivo-capitalistica. Non esagero quindi se affermo che l’ecologismo trova nell’anarchismo la maggiore affinità possibile, proprio in virtu’ delle qualità sopracitate. E’ bene, a questo punto, riproporre la versatilità del conflitto ambientalista sul doppio livello clandestino-organizzativo; da una parte generare una organizzazione che miri allo “scotennamento” della strutturazione politica piu’ plastica e formale che l’istituzione ha da tempo assunto generando una sorta di “via standard con cui affacciarsi alla politica”, e portare quindi sempre di piu’ all’attenzione dell’opinione pubblica le problematiche sopracitate; necessità strutturale, con l’incremento della fazione proletario-rivoluzionaria, diventa quella dell’organizzazione che si autocoordina nelle varie situazioni che la lotta implica; dall’altra parte del doppio livello non si nega l’affiancare a questo conflitto in pieno giorno metodi clandestini che innalzino pian piano il livello dello scontro tramite sabotaggi e distruzione fisica della materialità borghese, con i quali rafforzare gli intenti e le finalità reali del movimento, permettendo l’azione diretta e accettandola come parte integrante del nostro credo politico.
Traspare, implicitamente, l’assenza della possibilità di qualsivoglia compromesso con istituzioni o stato, i quali si porrebbero come forza reazionaria nei confronti dell’imminente rivoluzione sociale che un conflitto così aspro ed elevato recherebbe seco. Ciò non vuol dire provocare un generale senso di particolarismo, bensì, come affermava Mao, serve al fine di delimitare quella linea che separa noi da loro, che separa il proletariato ecologista e rivoluzionario, dalla borghesia distruttiva e reazionaria. In ultima analisi, la lotta di classe non può non passare anche dal conflitto ecologista, con il quale si ripropone necessariamente un nuovo sistema produttivo sostenibile, egualitario e collettivista.
Bibliografia
– GreenPeace, Meglio l’oro blu dell’oro nero (Dossier)
– M. Bookchin, Per una società ecologica
– M. Bookchin, Post-Scarcity Society
– T. Kaczynski, La nave dei folli
– Legambiente, Canale di Sicilia. Da favola blu a incubo nero? (Dossier)
– WWF, Trivelle in vista (Dossier)
– Oxford Economics, Luglio 2010. Potential Impact of the Gulf Oil Spill on Tourism. A report prepared for
the U.S. Travel Association.
– http://legambiente.it/contenuti/comunicati/trivellazioni-e-decreto-sblocca-italia
– http://greenpeace.org/italy/it/high/News1/blog/lossessione-di-renzi-per-le-trivelle/blog/50544/
– http://olambientalista.it/?p=33630
– http://www.sviluppoeconomico.gov.it/image/stories/normativa/20130314_Strategia_Energetica_Naziona
– http://dgerm.sviluppoeconomico.gov.it/dgerm/consumipetroliferi.asp
– http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/ricerca/istanzericerca.asp?numerofasi=4
– http://www.northpet.com/operations/completion-of-offshore-sicilyseismic-3d-survey/
ORIGINAL FROM https://theblackisland.wordpress.com/
1Scaricabile integralmente su http://www.sviluppoeconomico.gov.it/image/stories/normativa/20130314_Strategia_Energetica_Nazionale.pdf
2Questi e gran parte dei dati di questo paragrafo sono ritrovabili nel pamphlet “Green Peace, Meglio l’oro blu dell’oro nero“.



